Italia – Tribunale di Crotone, 12 dicembre 2012, n. 1410

Country of Decision:
Country of Applicant:
Date of Decision:
12-12-2012
Citation:
No. R.G. 809/2012
Court Name:
Tribunale di Crotone, sezione penale, in composizione monocratica, in persona del giudice dott. Edoardo D’Ambrosio.
National / Other Legislative Provisions:
Italy - Legislative Decree No. 286/1998 - Art 13
Italy - Legislative Decree No. 286/1998 - Art 14
Italy - Law 241/1990 - Art. 3
Italy - Decree of the President of the Republic No. 394/1990 - Art. 20
Italy - Law No. 129/2011
Italy - Constitution - Art 2
Italy - Criminal Code - Art. 52
Italy - Criminal Code - Art. 110
Italy - Criminal Code - Art. 116
Italy - Criminal Code - Art. 330
Italy - Criminal Code - Art. 337
Italy - Criminal Code - Art. 339
Italy - Criminal Code - Art. 625
Italy - Criminal Code - Art. 635
Italy - Criminal Procedure Code - Art. 244
Italy - Criminal Procedure Code - Art. 438
Italy - Criminal Procedure Code - Art. 275
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Headnote: 

A fronte di una detenzione illegittima- perché posta in contrasto con le norme nazionali ed europee sul trattenimento dei cittadini in condizione di irregolarità sul territorio-  e delle condizioni inumane e degradanti esistenti all’interno del centro di identificazione ed espulsione, la rivolta dei quattro imputati deve essere ritenuta proporzionata e le condotte contestate devono ritenersi integrare un’ipotesi di legittima difesa.

Facts: 

Gli imputati furono destinari di un provvedimento di trattenimento perché privi di documenti di identità.

A seguito di convalida del provvedimento amministrativo di trattenimento da parte del giudice di pace, i tre imputati furono trasportati al Centro di Identificazione ed espulsione “Sant'Anna” di Isola Capo Rizzuto.

Le condizioni nel centro erano poco salutari e malsane, e i tre imputati  furono costretti a dormire su materassi sporchi, dovettero lavarsi in bagni con condizioni poco dignitose e consumare scarsi pasti per terra.

La mattina del 9 ottobre 2012, nel Centro fu effettuato un ordinario atto di perquisizione degli ospiti e dei luoghi da parte delle forze dell’ordine, al fine di rinvenire e sottrarre agli ospiti oggetti che potessero essere utilizzati per evadere. Diversi detenuti del centro protestarono verbalmente contro quest’atto.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, i tre imputati salirono sul tetto della struttura residenziale arrampicandosi dai balconi del terzo piano, e diedero inizio ad una protesta. Tale protesta consistette in un continuo lancio di calcinacci, mattonelle e materiale simile contro il  personale di vigilanza del Centro e l’ intervenuta Polizia giudiziaria. L’ attività di protesta, oltre a creare una situazione di costante pericolo per le persone addette alla vigilanza, comportò difficoltà e disservizi nella prestazione dei servizi di assistenza agli altri ospiti della struttura. Inoltre, alcuni oggetti furono scagliati anche su un automezzo della Polizia di Stato che riportò danni, e contro un lampione, che fu distrutto.

I dirigenti della Questura fecero alcuni tentativi di mediazione, i quali però non ebbero alcun esito perché i dimostranti avevano intuito che in ogni caso la vicenda si sarebbe conclusa con il l’esito della vicenda sarebbe stato quello del loro arresto, laddove invece gli imputati chiedevano la restituzione della libertà personale.

Dopo 6 giorni di protesta in totale digiuno, gli imputati stremati si consegnarono alle forze dell’ordine e furono arrestati in flagranza per i reati loro ascritti. In particolare, gli imputati furono accusati di concorso di persone (art. 110 c.p.) in danneggiamento (di cui all'art. 635(2) del codice penale), con l’aggravante di aver commesso il fatto su cose esposte per necessità e/o per consuetudine alla pubblica fede e su cose esistenti in stabilimenti pubblici (di cui all’art. 635(7)); e furono altresì accusati di concorso di persone in resistenza a pubblico ufficiale (di cui all’art. 337 del c.p.), con l’aggravante di aver commesso il fatto con più persone riunite (di cui all’art. 339).

Il tribunale competente convalidò l’arresto e applicò la misura custodia cautelare in carcere.

Decision & Reasoning: 

Il Tribunale di Crotone ha dichiarato l’ illegittimità dei provvedimenti restrittivi della libertà personale dei tre imputati per assenza della motivazione circa il rispetto del principio di proporzionalità (o di extrema ratio) nella scelta della misura necessaria ad assicurare l’allontanamento dello straniero dal territorio nazionale.

 1) Il principio di proporzionalità

Tale principio impone che il trattenimento nel centro di identificazione e espulsione debba essere disposto solo quando ogni altra misura risulti inadeguata. Tale principio è contenuto nell'art. 15(1) della direttiva Rimpatri 2008/115/CE. In particolare l’art. 7(3) della Direttiva prevede come misure meno afflittive rispetto al trattenimento nel centro, l'obbligo di  presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria adeguata, la consegna di documenti o l’obbligo di dimorare in un determinato luogo”.

Il Tribunale ha in primo luogo sottolineato che questa interpretazione è stata corroborata dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea nella sentenza El Dridi del 28.4.2011, causa n. 61/2011 para. 39. In secondo luogo, Il Tribunale ha ricordato come questo principio debba applicarsi in Italia indipendentemente dal fatto che la normativa nazionale applicabile, ossia il testo unico sull'immigrazione, non contempli tale principio né misure meno afflittive rispetto alla detenzione.Infattiil Tribunale ha ricordato come la Corte di Giustizia dell’Unione Europea abbia affermato che gli artt. 15 e 16 della Direttiva Rimpatri siano incondizionati e sufficientemente precisi da non richiedere ulteriori specifiche norme affinche’ gli Stati membri li possano mettere in atto (EL Dride); e come le disposizioni europee caratterizzate da tale precisione e assolutezza atte a definire diritti che i singoli possono far valere nei confronti dello Stato (c.d. disposizioni self-executing) siano direttamente applicabili dal giudice nazionale anche se non propriamente recepite dagli Stati Membri entro i termini stabiliti, e anche se eventualmente in contrasto con la normativa nazionale, la quale deve eventualmente essere disapplicata (sentenze del 1987 no. C-286/85 e del 2004 no. 157/2002.) Inoltre il Tribunale ha ricordato come tale principo di supremazia del diritto comunitario sia stato anche abbracciat accolto anche dalla Corte Costituzionale Italiana nella sentenza n. 168 del 1991, , dove ha anche stabilito che le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea costituiscono fonti di diritto europeo direttamente applicabili (sentenze n. 113 del 1985, e n. 389 del 2009).

2) L’obbligo di motivazione del provvedimento amministrativo

Il Tribunale ha poi rilevato che in virtù dell’obbligo in capo all’autorità amministrativa di motivare la  scelte effettuate nell'esercizio del suo potere discrezionale, letto in combinazioneto disposto con il principio di proporzionalità, l’autorità amministrativa era tenuta ad esporre le ragioni in forza delle quali, nel caso concreto, non era possibile applicare una misura coercitiva meno afflittiva del trattenimento presso un Centro di identificazione ed espulsione egualmente sufficiente per garantire l’espulsione del cittadino straniero. Tuttavia il Tribunale ha osservato come nessuno dei tre provvedimenti amministrativi fosse provvisto delle motivazioni specifiche per cui nel caso concreto ciò non era stato possibile.  Isuddetti provvedimenti si limitavano infatti a statuire l’impossibilità di misure alternative senza motivare tale impossibilità o fornivano motivazioni solo astratte incapaci di dar conto delle circostanze specifiche e concrete riguardanti gli imputati.

Per questa ragione, i suddetti provvedimenti sono stati dichiarati illegittimi dal Tribunale, con conseguente immediata liberazione dei tre cittadini stranieri in forza dell’art. 15(2) della Direttiva Rimpatri.

Nel prosieguo della sentenza, il Tribunale ha affermato che le condizioni in cui gli imputati erano stati costretti a vivere erano lesive del diritto alla dignità umana.

1) Diritto nazionale applicabile

Il Tribunale ha rilevato come, a livello di ordinamento interno, il diritto alla dignità umana possa considerasi protetto dall'art. 2 della Costituzione della Repubblica Italiana, che “riconosce  e  garantisce  i diritti  inviolabili  dell’uomo”, e dall'art. 14(2) del D.Lgs. n.  286  del  1998 (testo unico sull'immigrazione), in forza del quale “lo straniero è trattenuto nel centro con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità”.

2) Diritto internazionale applicabile

In merito al diritto internazionale, il Tribunale ha osservato l’applicabilità dell’art. 3 della CEDU. Inoltre ha ricordato come le norme nazionali, tra cui quelle sopra richiamate, debbano essere interpretate in modo conforme alle normativa internazionale recepita, in particolare alla CEDU. A tal proposito il Tribunale ha richiamato la sentenza n. 311 del 16-26.11.2009 della Corte Costituzionale, in cui quest’ultima ha in primo luogo dichiarato che una violazione della CEDU costituisce una violazione indiretta dell’art. 117 della Costituzione italiana. In secondo luogo ha affermato che il giudice nazionale deve, fin tanto che sia possibile, interpretare la norma nazionale in modo conforme alla norma internazionale.

Fatte queste premesse, il Tribunale ha osservato come, al fine di stabilire se nel caso in esame le condizioni di trattenimento presso il Centro abbiano violato la  dignità  dei  tre  imputati,  le norme nazionali sopra citate possano essere interpretate alla stregua della giurisprudenza della CEDU formatasi sull'art. 3. A tal proposito, ha richiamato le sentenze Tabesh c. Grecia (ric. n. 8256/07) del 26 novembre 2009, e M.S.S. c. Grecia e Belgio (ric. n. 30696/09) del 22 gennaio 2011 in cui la Corte ravvisò una violazione dell’art. 3 CEDU in ipotesi in cui i ricorrenti - trattenuti nel primo caso in un Centro di identificazione e espulsione e nel secondo caso in un centro per richiedenti asilo - erano stati malnutriti, costretti a dormire sul suolo, tenuti in spazi eccessivamente ristretti per il numero di persone contenute e con scarso accesso a servizi igienici.

Alla luce dell'interpretazione data all'art. 3 della CEDU dalla Corte in particolar modo nei casi appena richiamati, e alle luce dello stato di fatto in cui è risultato che gli imputati furono tenuti, il Tribunale ha dunque ritenuto che le condizioni del “Centro Sant’'Anna” non fossero adatte alla loro destinazione, ossia quella di accogliere esseri umani, e che pertanto questi avessero sofferto una lesione della loro dignità umana.

A tal proposito il Tribunale ha anche rilevato che la standard qualitativo delle condizioni di alloggio da utilizzare come parametro non corrisponde alla media qualità di alloggio di una persona straniera irregolare (più frequentemente in condizioni precarie), ma a quello di un essere umano in quanto tale, dunque una persona media, senza distinzione di condizione, nazionalità o etnia.                                                  

Infine il Tribunale ha affermato che le condotte degli imputati costituirono un atto di legittima difesa da un’aggressione ingiusta alla loro dignità.

A tal riguardo, il Tribunale ha in primo luogo ricordato che presupposti essenziali della legittima difesa sono costituiti da un’aggressione ingiusta e da una reazione legittima in virtù dell’art. 52 del c.p, come interpretato dalla Corte di Cassazione inter alia nella sentenze n. 32282 del 04.07.2006.

1) Presupposto dell’offesa ingiusta

Il tribunale ha ritenuto soddisfatto il requisito dell’offesa ingiusta avendo ravvisato (come sopra riportato) che le condizioni nel Centro costituivano una lesione del diritto alla dignità.

2) Presupposto della reazione legittima

Per quanto concerne il requisito della reazione legittima, secondo l’interpretazione della Cassazione, essa inerisce alla necessità di difendersi, all’inevitabilità del pericolo ed alla proporzione tra difesa ed offesa. L’attualità e inevitabilità del pericolo sono state considerate evidenti dal Tribunale date le circostanze in cui i fatti di lesione e di reazione si sono consumati.

Quanto alla proporzionalità tra difesa e offesa, il Tribunale ha richiamato innanzitutto la sentenza della Cassazione n. 45407 del 10/11/2004, nella quale la Corte affermò che il  requisito della  proporzione viene sicuramente meno allorché la consistenza dell'interesse leso (come la vita o l'incolumità della persona) sia enormemente più rilevante, sul piano della gerarchia dei valori costituzionali, di quello difeso (il patrimonio). Da tale massima il Tribunale ha dedotto, per ragionamento a contrario, che nel caso in esame il conflitto si risolve pacificamente a favore dei beni difesi (dignità umana e libertà personale), rispetto a quelli offesi dagli imputati (prestigio ed efficienza della pubblica amministrazione, nonché patrimonio pubblico materiale).

Il Tribunale ha poi richiamato un’altra massima della giurisprudenza di legittimità (sent. n. 32282 del 04/07/2006), in virtù del quale il principio di proporzionalità richiede che la reazione non sia  fosse sostituibile da altra meno dannosa egualmente idonea alla tutela del diritto secondo un giudizio compiuto non in astratto ma in relazione alle circostanze del caso concreto. A tal proposito, il Tribunale ha osservato come la reazione degli imputati fu posta in essere nell'unico modo in cui poteva essere efficace nelle circostanze del caso in questione: ossia l’impedire il regolare svolgimento dell’attività di gestione del Centro. Infatti, considerato che il trattenimento presso un centro di identificazione ed espulsione, seppure illegittimo nel caso in esame,  è  previsto dalla legge e che gli  apparati  burocratici non possono fare altro che applicare la legge vigente, ogni istanza orale o per iscritto alle autorità competenti sarebbe stata di fatto inutile. Sempre in merito all’assenza di un’alternativa, il Tribunale ha anche rilevato che gli imputati di fatto non avevano potuto sollevare la questione della legittimità del provvedimento di trattenimento nel centro in sede di convalida dinnanzi al giudice di pace, in quanto:

- gli imputati non erano in tale sede stati assistiti da un interprete che li aiutasse a comprendere le tecnicità del procedimento;

- i difensori d’ufficio che assistono gli stranieri durante i giudizi di convalida sono notoriamente nominati il giorno stesso dell’udienza o immediatamente prima, e non hanno quindi la possibilità di conoscere adeguatamente il singolo caso specifico.

Outcome: 

Visto l’art. 530(1) c.p.p. il Tribunale ha assolto gli imputati dai reati di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale, in quanto il fatto non sussiste. Infatti, in quanto coperto dalla causa di giustificazione della legittima difesa,  il fatto mancava dell’elemento dell’antigiuridicità e dunque non costituiva reato.

Visto l’art. 300(1)c.p.p., il Tribunale ha ordinato l'immediata liberazione degli imputati. 

Case Law Cited: 

Italy - Court of Cassation No. 6811/1994

CJEU - C-157/02, Rieser Internationale Transporte GmbH v Autobahnen and Schnellstraßen-Finanzierungs

CJEU - C-80/86, Kolpinghuis Nijmegen BV

CJEU - C-152/84, Marshall

CJEU - C-203/10, Auto Nikolovi

Italy - Constitutional Court, No. 45407/2004

CJEU - C-103/88 Costanzo

CJEU - C-31/87, Beentjes, 20 September 1988

CJEU - Case 11/66, S.A. Cimenteries and others v. Commission

Italy - Court of Cassation No. 9695/1999

Italy - Court of Cassation, No. 6214, 05/12/2011

Italy - Constitutional Court, No. 168 del 1991.

italy - Constitutional Court, No. 113/1985.

Italy - Constitutional Court Corte, No. 389/2009.

Italy - Constitutional Court, No. 236, 19-22.7.2011

Italy - Constitutional Court, No. 113, 4-7.4.2011

Italy - Constitutional Court - No. 93, 8-12.3.2010

Italy - Constitutional Court No. 311,16-26.11.2009

Italy - Court of Cassation, no. 32282, 04/07/2006

Italy - Court of Cassation No.16908/2004